L’economia italiana ha chiuso il secondo trimestre del 2026 con una crescita dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti e dell’1% su base annua. La nuova stima dell’Istat porta allo 0,8% la crescita già acquisita per l’intero anno, due decimi in più rispetto alla valutazione precedente. È un risultato migliore delle attese, ma non descrive una ripresa omogenea.

Il contributo positivo arriva soprattutto dai servizi. Agricoltura e industria continuano invece a registrare una riduzione del valore aggiunto, mentre la domanda estera netta ha frenato il risultato complessivo. In altre parole, il Pil sale, ma la parte più esposta alla produzione materiale e agli scambi internazionali rimane sotto pressione.

Per le imprese il dato va letto con cautela. Una crescita dello 0,2% riduce il rischio di stagnazione immediata, ma non basta a compensare costi energetici, credito selettivo e debolezza degli ordini in diversi comparti manifatturieri. Le aziende dei servizi beneficiano di una domanda più resistente; per industria ed export, invece, la priorità resta difendere margini e liquidità.

Anche il mercato del lavoro invia un segnale ambiguo. L’occupazione complessiva è rimasta sostanzialmente stabile, ma è aumentata la componente a termine mentre sono diminuiti i dipendenti permanenti. È un indicatore di prudenza: le imprese continuano ad assumere dove serve, evitando però di trasformare subito la maggiore attività in impegni strutturali.

Nel confronto europeo, l’area euro è cresciuta dello 0,4% nel trimestre e la Spagna dello 0,7%. L’Italia resta quindi in territorio positivo, ma procede più lentamente delle economie europee più dinamiche. Anche il rallentamento degli Stati Uniti e l’incertezza sul commercio internazionale possono pesare nei prossimi mesi sulle imprese italiane più orientate all’estero.

Il punto da monitorare è la qualità della crescita nel secondo semestre. Se il recupero resterà confinato ai servizi, il miglioramento del Pil avrà effetti limitati sulla capacità produttiva e sugli investimenti. Una ripresa più solida richiede invece un ritorno degli ordini industriali, maggiore stabilità occupazionale e un contributo meno negativo della domanda estera.