Dagli appalti pubblici ai rifiuti elettronici, le analisi propongono responsabilità dei produttori basata sul ciclo di vita, passaporti digitali e criteri comuni per la fine dello status di rifiuto. Il punto centrale non è soltanto sviluppare nuove tecnologie, ma riuscire a portarle fuori dai singoli progetti e applicarle su scala più ampia. Secondo la Commissione europea, i rapporti individuano barriere e fattori di successo per estendere le soluzioni circolari tra regioni, oltre i confini nazionali e all’interno dei principali settori e flussi di materiali.

Le indicazioni raccolte dovranno contribuire alla preparazione del prossimo Circular Economy Act. La base del lavoro è costituita dai risultati ottenuti da progetti europei di ricerca e innovazione finanziati attraverso Horizon Europe. Gli esperti hanno esaminato portafogli di iniziative già sperimentate sul campo, con l’obiettivo di trasformare le evidenze operative in raccomandazioni utilizzabili nella costruzione del nuovo quadro europeo.

La fonte non indica, tuttavia, quanti progetti siano stati analizzati, quale sia il loro valore finanziario complessivo o quali territori abbiano prodotto i risultati più significativi. Il primo ostacolo segnalato è la frammentazione delle regole. Soluzioni che funzionano in un determinato contesto possono incontrare condizioni differenti quando devono essere trasferite in un’altra regione o attraversare una frontiera.

A questa disomogeneità si aggiunge l’insufficiente coordinamento transnazionale, indicato dai rapporti come uno dei vincoli alla crescita di modelli capaci di operare su più mercati. Un secondo nodo riguarda i dati. Le analisi citano una limitata interoperabilità, cioè la difficoltà dei diversi sistemi di scambiarsi e utilizzare informazioni in modo coerente.

Per un’economia fondata sul recupero dei materiali e sulla tracciabilità dei prodotti, il problema incide direttamente sulla possibilità di ricostruire provenienza, composizione e destinazione delle risorse lungo le catene produttive. Tra gli strumenti indicati figurano i Passaporti digitali di prodotto. Stando alla Commissione, la loro diffusione è uno degli elementi importanti per sostenere la transizione circolare.

I rapporti non forniscono nel testo disponibile tempi di introduzione, requisiti tecnici o stime dei costi a carico delle imprese. Resta quindi da definire come lo strumento possa essere applicato in maniera omogenea nei diversi settori e territori. Un capitolo specifico è dedicato alla responsabilità estesa del produttore, nota come EPR.

La raccomandazione emersa dai progetti è costruire sistemi basati sull’intero ciclo di vita. L’impostazione sposta l’attenzione dal solo trattamento finale del rifiuto alle diverse fasi attraversate dal prodotto, collegando progettazione, utilizzo, raccolta e recupero. La fonte non precisa quali meccanismi economici o obblighi regolatori dovrebbero accompagnare questo modello.

Anche gli appalti pubblici entrano nella strategia. Una delle pubblicazioni riguarda specificamente gli acquisti pubblici circolari e i rapporti suggeriscono il ricorso a strumenti di procurement. Il settore pubblico può così diventare un canale di applicazione delle soluzioni sviluppate nei progetti europei.

Nel materiale diffuso non sono però quantificati il volume degli acquisti interessati né l’impatto atteso sulla domanda di prodotti riciclati o progettati per il riuso. Un’altra area riguarda il contenuto riciclato e quello di origine biologica, insieme ai criteri che determinano quando un materiale cessa di essere classificato come rifiuto. Gli esperti propongono criteri armonizzati per la fine dello status di rifiuto.

Una cornice comune può incidere sulla circolazione dei materiali recuperati tra mercati diversi, affrontando la frammentazione indicata tra le principali barriere. I rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche e il recupero delle materie prime critiche costituiscono un ulteriore filone. In questo ambito i rapporti sottolineano lo sviluppo di catene inverse integrate, necessarie per riportare prodotti e materiali dalle fasi di utilizzo verso raccolta, trattamento e recupero.

L’integrazione deve superare i limiti territoriali e organizzativi che oggi ostacolano la crescita delle soluzioni circolari. Le analisi riservano infine attenzione alle iniziative regionali e transnazionali. La Commissione riferisce che le politiche circolari devono essere radicate nei territori, mentre il coordinamento deve consentire alle soluzioni di funzionare anche oltre il livello locale.

È un equilibrio decisivo: adattare gli interventi alle condizioni concrete senza moltiplicare regole incompatibili che rendano più difficile operare su scala europea. Le raccomandazioni confluiranno nel percorso di elaborazione del Circular Economy Act e puntano a una transizione definita dalla Commissione come concreta, coerente e sistemica. Nel contenuto pubblicato non compaiono una data per l’adozione dell’atto, obiettivi quantitativi o una valutazione dei costi.

Saranno questi elementi, insieme alla traduzione delle proposte in norme comuni, a chiarire la reale portata industriale e di mercato dell’iniziativa. Firma interna: Marta Ceraldi.