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Lettura criticaBowale Odumade, fondatrice e amministratrice delegata di SeedTree Capital, indica nell’elettricità la priorità del continente. Il divario finanziario per le infrastrutture è stimato in oltre 100 miliardi di dollari l’anno. La nuova stagione delle infrastrutture africane avrà il suo principale banco di prova nell’energia.
In un’intervista a BusinessDay NG, unica fonte disponibile per queste informazioni, Bowale Odumade, fondatrice e amministratrice delegata di SeedTree Capital, ha sostenuto che gli investimenti pubblici e privati dovranno concentrarsi sui comparti in grado di favorire industrializzazione, manifattura e commercio tra i Paesi del continente. La priorità immediata, secondo Odumade, è assicurare una fornitura elettrica affidabile. La manager ha affermato che quasi metà degli africani non dispone di un accesso stabile all’elettricità.
Il deficit energetico non rappresenta soltanto un problema sociale: aumenta i costi delle attività economiche, complica le decisioni di investimento e limita le ambizioni di trasformazione industriale dell’Africa. Su questa prospettiva pesa un fabbisogno finanziario ancora lontano dall’essere soddisfatto. BusinessDay NG, richiamando una stima della Banca africana di sviluppo, riferisce che il divario nel finanziamento delle infrastrutture del continente supera i 100 miliardi di dollari ogni anno.
Alla debolezza dei sistemi elettrici si sommano trasporti inefficienti e reti logistiche insufficienti, con ricadute sulla produttività e sugli scambi regionali. Per SeedTree Capital, il limite non risiede nella scarsità delle risorse energetiche. L’Africa ne possiede in abbondanza, ma incontra difficoltà nel mobilitare i capitali necessari, finanziare i progetti e collegare la capacità disponibile alla domanda.
È un problema che riguarda sia l’esecuzione degli investimenti sia la loro governance: produrre energia ha un’utilità limitata se le reti non riescono a distribuirla a famiglie e attività industriali. Una maggiore affidabilità della fornitura potrebbe produrre effetti lungo l’intera struttura economica. Stando alla valutazione di Odumade, l’elettricità consentirebbe di contenere i costi di produzione, migliorare la competitività e creare condizioni più favorevoli alla crescita industriale.
L’energia assume così il ruolo di infrastruttura abilitante, dalla quale dipende anche il rendimento degli investimenti effettuati in altri comparti. Il secondo asse strategico riguarda trasporti e logistica. La manager ha indicato la necessità di ammodernare e mantenere porti e strade, mentre in molte aree del continente le ferrovie devono ancora essere realizzate.
L’inadeguatezza dei collegamenti accresce il costo delle operazioni, rende più cari i beni africani e riduce la capacità delle imprese di raggiungere mercati diversi da quello nazionale. La tesi presentata nell’intervista è che energia, trasporti e logistica non possano essere trattati come capitoli indipendenti. La disponibilità di elettricità sostiene la produzione, ma sono le reti di trasporto a collegare fabbriche, porti e mercati.
Una logistica inefficiente può quindi ridurre i benefici della nuova capacità energetica, così come collegamenti migliori rischiano di non generare sviluppo industriale in assenza di un’alimentazione stabile. Questa interdipendenza modifica anche il compito dei governi e degli investitori. Non è sufficiente selezionare singole opere: occorre stabilire priorità, coordinare le diverse reti e verificare che ogni progetto risponda a una domanda concreta.
La prospettiva delineata da Odumade richiama una programmazione nella quale finanziamento, costruzione e accesso ai servizi procedano in modo coerente, evitando infrastrutture isolate dal sistema produttivo. Il rafforzamento dei collegamenti assume particolare rilievo per l’Area continentale africana di libero scambio, nota come AfCFTA. Secondo BusinessDay NG, i governi africani considerano sempre più le infrastrutture un elemento necessario per l’attuazione dell’accordo, che punta a riunire 54 Paesi in un mercato unico e a costituire la più grande area di libero scambio al mondo.
L’integrazione commerciale, tuttavia, dipende dalla rimozione di ostacoli materiali. Interruzioni della corrente, porti inadeguati, strade che richiedono manutenzione e tratte ferroviarie mancanti aumentano tempi e costi anche quando le barriere formali agli scambi vengono ridotte. Nella strategia illustrata dalla manager, la crescita del commercio intra-africano richiede dunque un’infrastruttura capace di connettere produzione, domanda e corridoi regionali.
Restano aperti i nodi dell’attuazione. Il contenuto disponibile non indica un calendario, una distribuzione geografica degli interventi, progetti specifici o impegni finanziari già assunti. Non chiarisce inoltre quali strumenti dovrebbero colmare il deficit annuale.
La verifica decisiva riguarderà quindi la capacità di governi e investitori privati di convertire queste priorità in iniziative finanziabili, coordinate e collegate alla domanda industriale.
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