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Lettura criticaDopo lo stop dei giudici, Washington lega le tariffe al lavoro forzato e prepara altre indagini commerciali. Restano divergenze sull’entità delle prime misure. Donald Trump si prepara a riaprire l’offensiva commerciale degli Stati Uniti con una nuova serie di dazi contro decine di partner.
L’annuncio potrebbe arrivare già questa settimana, secondo quanto riferito dal Financial Times e ripreso dalla stampa italiana. Il passaggio decisivo è la scadenza, venerdì 24 luglio, della tariffa globale temporanea del 10% applicata alle importazioni. Senza un nuovo provvedimento, una parte rilevante dell’architettura protezionistica costruita dalla Casa Bianca perderebbe efficacia.
L’urgenza nasce dalla decisione con cui, all’inizio dell’anno, la Corte Suprema ha escluso che il presidente potesse ricorrere all’International Emergency Economic Powers Act per imporre tariffe generalizzate sulle merci provenienti da quasi tutto il mondo. Quella legge era stata concepita per affrontare emergenze nazionali. La sentenza ha obbligato l’amministrazione a rimborsare agli importatori una parte delle somme già riscosse e, soprattutto, a individuare un fondamento normativo alternativo.
Per evitare un’interruzione immediata, Trump ha utilizzato la Section 122 del Trade Act del 1974. La disposizione permette al presidente di applicare dazi fino al 10%, ma soltanto per un periodo massimo di 150 giorni. Il termine arriva ora a scadenza.
Un’eventuale proroga richiederebbe l’intervento del Congresso, ritenuto improbabile a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato. La Casa Bianca deve quindi ricostruire il sistema tariffario attraverso strumenti più duraturi. La strada individuata passa dalle indagini dell’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, l’Ustr.
Una prima istruttoria, avviata a marzo ai sensi del Trade Act del 1974, accusa circa sessanta Paesi di non contrastare in modo adeguato il lavoro forzato nelle rispettive catene di approvvigionamento. Su questa base l’amministrazione potrebbe introdurre tariffe capaci di restare in vigore per quattro anni e, successivamente, di essere rinnovate. Le ricostruzioni disponibili non coincidono pienamente sulla struttura iniziale dei nuovi prelievi.
Secondo il Financial Times, almeno in una prima fase le tariffe potrebbero restare al livello attuale del 10%. Un’altra ricostruzione indica invece una proposta già articolata: dazi del 10% per sedici Paesi e del 12,5% per altri quarantaquattro. In entrambi i casi, il perimetro complessivo sarebbe di circa sessanta Stati e la motivazione formale riguarderebbe le pratiche di lavoro forzato.
La nuova iniziativa si inserisce in una strategia più ampia. L’amministrazione sta conducendo altre indagini che potrebbero offrire la base legale per tariffe più elevate contro ulteriori partner commerciali. Accanto all’istruttoria sul lavoro forzato ne è stata avviata una sulla sovracapacità produttiva.
Quest’ultima comprende l’Unione europea, la Cina e altri grandi interlocutori degli Stati Uniti, fra i quali Giappone, India, Messico e Corea del Sud. Nell’elenco dell’indagine sulla sovracapacità figurano inoltre Singapore, Svizzera, Norvegia, Indonesia, Malesia, Cambogia, Thailandia, Vietnam, Taiwan e Bangladesh. L’ampiezza geografica dell’istruttoria mostra come Washington stia cercando strumenti applicabili non soltanto ai principali rivali strategici, ma anche a economie integrate nelle catene globali di produzione.
L’obiettivo indicato nelle fonti è rendere strutturale la politica commerciale e sostenere, attraverso i dazi, anche le entrate fiscali federali. La linea dell’amministrazione, tuttavia, non appare uniforme in tutti i settori. Le autorità statunitensi hanno attenuato molte tariffe introdotte inizialmente da Trump, concedendo ampie esenzioni per beni di consumo essenziali come carne bovina e caffè.
Sono stati ridotti anche alcuni prelievi sui prodotti realizzati con acciaio e alluminio. Dopo due indagini relative ai minerali critici e ai componenti aeronautici, inoltre, le autorità hanno raccomandato di negoziare con i partner anziché procedere subito con nuovi dazi. Questi segnali indicano una maggiore cautela nell’applicazione concreta delle misure, senza escludere successivi aumenti.
Wendy Cutler, già funzionaria commerciale statunitense e ora vicepresidente senior dell’Asia Society Policy Institute, ha osservato che gli incrementi tariffari non possono essere considerati superati. A suo giudizio, le correzioni e le esenzioni suggeriscono però un approccio più prudente in vista delle elezioni di metà mandato. La partita si concentra ora sui tempi e sulla formulazione giuridica dei provvedimenti.
Entro il 24 luglio la Casa Bianca dovrà evitare che la scadenza della tariffa temporanea apra un vuoto nel sistema costruito dopo la sentenza della Corte Suprema. Resta da chiarire se l’annuncio manterrà per tutti il prelievo del 10% oppure introdurrà subito la fascia del 12,5% per quarantaquattro Paesi. Le ulteriori indagini potranno poi determinare l’estensione e l’intensità della nuova barriera commerciale americana.
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