Dalla gestione dei dati alla trasformazione delle fabbriche, la tecnologia richiede processi ripensati e controlli chiariL’ingresso dell’intelligenza artificiale nei processi aziendali sta avanzando più rapidamente della capacità di molte imprese di governarne gli effetti. Il nodo, secondo Legal for Digital, non riguarda l’impiego della tecnologia in quanto tale, ma le condizioni nelle quali viene introdotta: senza regole sul trattamento dei dati e senza una chiara attribuzione delle responsabilità, uno strumento destinato ad aumentare crescita e competitività può diventare un fattore di vulnerabilità. Alessandro Vercellotti, fondatore dello studio legale specializzato in diritto digitale, indica tre questioni preliminari: stabilire quali informazioni possano essere trattate, fissare i confini entro cui gli strumenti possono operare e identificare chi risponde del loro utilizzo.

Sono passaggi che precedono la scelta della singola applicazione, perché definiscono il perimetro nel quale l’intelligenza artificiale entra nell’organizzazione. Il primo problema è la visibilità. Se un’impresa non dispone di un quadro preciso degli strumenti adottati dai propri gruppi di lavoro, non può conoscere con certezza quali dati vengano elaborati.

La difficoltà non è quindi soltanto tecnica: riguarda la capacità della direzione aziendale di ricostruire i flussi informativi e di controllare le applicazioni utilizzate nei diversi reparti. In assenza di adeguati presidi di governo, i rischi si distribuiscono su più piani. Legal for Digital richiama la sicurezza informatica, la tutela della privacy e il rispetto delle regole.

A questi aspetti si aggiunge la reputazione dell’impresa, che può essere compromessa quando l’uso della tecnologia non è accompagnato da controlli proporzionati e da responsabilità riconoscibili. La questione della governance si inserisce in un dibattito più ampio sulla trasformazione industriale italiana. Massimo Portincaso, fondatore e amministratore delegato di Arsenale Bioyards ed ex partner e managing director di BCG, sostiene che non sia sufficiente aggiungere l’intelligenza artificiale alle strutture produttive esistenti.

La sfida, nella sua lettura, consiste nel riprogettare l’industria partendo dalla nuova tecnologia. Arsenale Bioyards opera nel biomanufacturing attraverso piattaforme che integrano hardware, software e intelligenza artificiale. La società utilizza fermentazione di precisione, dati e sistemi di IA per programmare lieviti, batteri e altri microrganismi affinché producano molecole bioidentiche destinate ai settori alimentare, farmaceutico e dei materiali.

È dall’incontro tra processi fisici e strumenti digitali che Portincaso sviluppa la propria analisi. La sua tesi, esposta anche nei saggi pubblicati sul Substack Neo Industrial, è che l’intelligenza artificiale non rappresenti semplicemente un nuovo software, ma possa diventare il principio attorno al quale progettare le imprese future. Portincaso colloca questa trasformazione in una fase di ricostruzione della base industriale occidentale, chiamata a confrontarsi con strutture nate tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Secondo Portincaso, negli ultimi decenni le aziende hanno sovrapposto alla propria infrastruttura originaria diversi livelli tecnologici: prima la computerizzazione, poi il digitale e infine l’intelligenza artificiale. Questa successione avrebbe ora raggiunto un limite. La conseguenza è che l’adozione dell’IA non potrebbe ridursi all’installazione di un ulteriore strato su processi concepiti in un’altra epoca.

Il ragionamento industriale e quello giuridico convergono su un punto: inserire l’intelligenza artificiale senza modificare l’organizzazione può non essere sufficiente. Per Portincaso occorre ripensare la struttura produttiva; per Vercellotti è necessario definire in anticipo dati, limiti e responsabilità. Le due prospettive affrontano ambiti diversi, ma entrambe attribuiscono alla progettazione dei processi un ruolo centrale.

Portincaso presenta inoltre il confronto con la Cina come un elemento di pressione sull’industria occidentale e sul made in Italy, sostenendo che il ritardo possa produrre conseguenze profonde. Le fonti disponibili, tuttavia, non forniscono dati quantitativi sul divario industriale, sull’adozione dell’IA nelle imprese italiane o sul numero di incidenti legati alla privacy. Le sue valutazioni restano dunque una tesi sul possibile sviluppo della competizione, non una misurazione dei suoi effetti.

Rimangono da chiarire l’estensione concreta dell’uso dell’intelligenza artificiale nei reparti aziendali, la qualità dei controlli già adottati e la distribuzione delle responsabilità tra direzioni, gruppi di lavoro e fornitori. La velocità della diffusione tecnologica rende questi elementi decisivi: da essi dipenderà se l’IA verrà incorporata come semplice applicazione oppure come parte di una trasformazione organizzativa sottoposta a regole verificabili.