L’Osservatorio 2026 della Fondazione per la Sostenibilità Digitale rileva una distanza tra competenze dichiarate e impiego pratico. Epifani chiede incentivi semplici, capillari e legati a casi concreti. Il principale elemento messo in luce dall’Osservatorio non riguarda dunque un rifiuto esplicito dell’intelligenza artificiale, ma l’incertezza sulla sua funzione.

Secondo le informazioni pubblicate da Repubblica Economia, il 47% delle microimprese che non la usa motiva questa scelta con la mancata comprensione della sua utilità. Il problema descritto dalla ricerca si colloca quindi nella fase in cui l’impresa dovrebbe tradurre una tecnologia generale in uno strumento applicabile alla propria attività. La percentuale assume rilievo perché identifica una difficoltà di orientamento: prima ancora di valutare costi, benefici o modalità di adozione, una parte consistente delle microimprese non riesce a stabilire per quali esigenze operative l’intelligenza artificiale possa essere impiegata.

La fonte disponibile non fornisce ulteriori dettagli sulla composizione del campione, sui settori analizzati o sulla distribuzione territoriale delle aziende coinvolte; questi aspetti restano perciò da precisare. Stefano Epifani, presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale, interpreta il risultato come il segnale di una distanza tra la percezione delle proprie capacità e l’uso effettivo degli strumenti. Secondo Epifani, esiste uno scarto tra le competenze che gli interessati dichiarano di possedere e la loro applicazione pratica.

È in questo passaggio, dalla conoscenza percepita all’impiego concreto, che l’innovazione incontra uno dei suoi ostacoli. L’osservazione introduce una distinzione importante. Dichiarare familiarità o competenza rispetto a una tecnologia non equivale necessariamente a saperla integrare nei processi di un’impresa.

Nel caso delle microimprese richiamate dall’Osservatorio, il dato del 47% indica che l’assenza di un’utilità riconoscibile pesa direttamente sulla decisione di non adottare l’intelligenza artificiale. La fonte non specifica quali applicazioni siano già diffuse né quali risultino più difficili da comprendere. Epifani collega questa distanza anche al modo in cui vengono costruite le politiche di sostegno.

A suo giudizio, l’incentivazione all’innovazione dovrebbe avere tre caratteristiche: essere semplice, raggiungere il tessuto produttivo in maniera capillare e fondarsi su casi concreti. L’indicazione suggerisce che la sola disponibilità di una tecnologia, o la sua notorietà, non basta a produrne l’impiego nelle aziende di dimensioni minori. La semplicità evocata dal presidente riguarda la necessità di rendere accessibile il percorso verso l’innovazione.

La capillarità richiama invece l’esigenza di raggiungere una platea frammentata come quella delle microimprese. Il riferimento ai casi concreti sposta infine l’attenzione dalla descrizione astratta dell’intelligenza artificiale alla dimostrazione delle sue possibili funzioni. Si tratta delle linee indicate da Epifani, mentre la fonte non riporta misure specifiche, risorse disponibili o programmi già definiti.

Il quadro presentato dall’Osservatorio 2026 mette così al centro una questione di applicazione più che di sola conoscenza. Se quasi la metà delle microimprese considerate non usa l’intelligenza artificiale perché non ne riconosce lo scopo, la distanza da colmare riguarda il rapporto tra strumenti tecnologici e attività quotidiana. Non sono disponibili, nel contenuto pubblicato, confronti con gli anni precedenti che consentano di stabilire se questa quota sia in aumento o in diminuzione.

Mancano anche elementi per distinguere il peso delle diverse possibili barriere all’adozione. La notizia riferisce la motivazione indicata dal 47% delle microimprese che non impiegano l’intelligenza artificiale, ma non presenta le altre ragioni rilevate dall’Osservatorio. Non è quindi possibile, sulla base dell’unica fonte disponibile, confrontare l’incertezza sull’utilità con eventuali ostacoli economici, organizzativi o legati alle competenze.

Il dato resta tuttavia netto nel suo significato: per una quota rilevante delle aziende più piccole, il primo interrogativo non è come usare l’intelligenza artificiale, ma perché usarla. L’analisi della Fondazione, così come riportata da Repubblica Economia, individua nell’applicazione pratica il punto debole e nei casi concreti una possibile leva per ridurre la distanza descritta da Epifani. Gli sviluppi dipenderanno dalla capacità delle iniziative per l’innovazione di tradurre questa indicazione in strumenti comprensibili e diffusi.

Restano da conoscere la metodologia completa dell’Osservatorio, il profilo delle imprese intervistate, le altre motivazioni della mancata adozione e l’eventuale confronto temporale. Sono questi gli elementi necessari per misurare con maggiore precisione la portata del divario rilevato nel 2026.