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Lettura criticaLe quote gratuite resteranno dopo il 2030, ma saranno condizionate. Alla decarbonizzazione dovrà andare il 50% dei ricavi degli Stati. La revisione presentata venerdì 17 luglio interviene sul principale strumento europeo per attribuire un costo alle emissioni.
Il punto di equilibrio cercato dalla Commissione è tra la riduzione dei gas serra e la protezione della capacità produttiva: il sistema continuerà a restringere la quantità disponibile di quote, ma con un andamento meno rapido rispetto alla disciplina attuale. Per le industrie più esposte alla concorrenza internazionale resterà inoltre una forma di assegnazione gratuita anche dopo il 2030. L’Ets, operativo dal 2005, applica il principio secondo cui chi inquina sostiene un costo.
Il meccanismo comprende gli impianti per la produzione di energia elettrica e termica, l’industria manifatturiera e i voli commerciali. Dal 2024 copre anche una parte del trasporto marittimo. Il tetto complessivo alle emissioni diminuisce nel tempo, riducendo progressivamente le quote disponibili e aumentando così la pressione sulle attività interessate affinché taglino la CO2.
Uno dei passaggi più rilevanti riguarda la velocità di questa riduzione. Prima della presentazione, le indiscrezioni indicavano l’intenzione della Commissione di collocare il nuovo ritmo tra il 4,4% annuo previsto dalle regole vigenti e il 3,4% richiesto dal Partito popolare europeo. Secondo Bloomberg, la possibile forchetta per il periodo 2031-2035 era compresa tra il 3,5% e il 3,9%.
Si trattava tuttavia di valori circolati mentre il documento finale era ancora in definizione. Il rallentamento risponde alle pressioni emerse tra i governi europei. Dieci Stati membri hanno chiesto modifiche capaci di evitare che l’onere del sistema spinga le imprese a trasferire la produzione fuori dall’Unione.
Italia e Polonia figurano tra i Paesi favorevoli a una correzione, anche se le posizioni nazionali non coincidono necessariamente in ogni dettaglio. Roma, in particolare, ha sollecitato a Bruxelles una riforma radicale dell’Ets. La questione centrale per l’industria è quella delle quote gratuite.
Queste assegnazioni servono a limitare il rischio che le produzioni soggette ai costi europei della CO2 vengano spostate in aree con obblighi meno stringenti. La proposta della Commissione ne prevede la permanenza oltre il 2030 per le imprese considerate esposte alla delocalizzazione, ma introduce un vincolo: il beneficio sarà ancorato agli investimenti effettuati dalle aziende. La revisione non si limita dunque ad alleggerire la traiettoria del tetto alle emissioni.
Il mantenimento delle quote gratuite viene accompagnato da condizioni che dovrebbero collegare la protezione accordata all’industria al suo percorso di trasformazione. Le fonti disponibili non precisano quali investimenti saranno ammessi, quali soglie verranno applicate né con quali modalità sarà verificato il rispetto degli impegni. Sono aspetti destinati a incidere sull’effettiva portata della misura.
Un altro capitolo riguarda l’uso delle entrate ottenute dagli Stati attraverso il sistema. I Paesi membri dovranno destinare alla decarbonizzazione il 50% dei ricavi delle emissioni. Il vincolo restringe i margini dei governi nell’impiego di queste risorse e affianca alla maggiore gradualità concessa alle imprese un obbligo più definito per le amministrazioni nazionali.
Le fonti non indicano, tuttavia, le singole categorie di spesa che potranno rientrare nella quota riservata. Il pacchetto annunciato dalla Commissione è articolato in tre interventi. Il primo consiste nella revisione generale dell’Ets.
Il secondo modifica il sistema Mrv, cioè le regole di monitoraggio, comunicazione e verifica applicate al trasporto marittimo, per allinearle ai cambiamenti del mercato europeo delle emissioni. Il terzo riguarda i benchmark utilizzati per calcolare l’assegnazione gratuita delle quote ai diversi comparti industriali. Per la revisione dei benchmark è previsto un percorso legislativo accelerato.
Si tratta di parametri decisivi, perché determinano quante quote possano essere attribuite senza pagamento ai settori interessati. La loro modifica dovrà tradurre in criteri operativi il compromesso tra la tutela delle imprese esposte e la richiesta di investimenti. L’esito sarà rilevante sia per il costo sostenuto dagli impianti sia per l’intensità della spinta alla riduzione delle emissioni.
La scansione temporale delle due fonti spiega una differenza nel modo in cui viene descritta l’iniziativa. Le informazioni del 16 luglio riferivano di proposte attese e di un testo ancora in fase di definizione; quelle diffuse il 17 luglio indicano invece l’avvenuta presentazione della revisione e confermano il prolungamento condizionato delle quote gratuite, insieme all’obbligo sui ricavi degli Stati. Restano da chiarire i valori definitivi della riduzione annuale del tetto e i criteri concreti che le imprese dovranno rispettare.
Il confronto proseguirà ora sul contenuto dei tre interventi e sulla loro applicazione dopo il 2030. Saranno soprattutto la misura del rallentamento, la revisione dei benchmark e la definizione degli investimenti richiesti a stabilire quanto cambierà il costo della CO2 per l’industria europea. Per i governi, il nodo sarà invece l’attuazione del vincolo che riserva metà dei ricavi alla decarbonizzazione.
Su questi elementi si misurerà l’equilibrio finale della riforma.
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