Stati Uniti ed Europa investono per recuperare capacità produttiva, ma trent’anni di sussidi hanno dato a Pechino una posizione dominante. Gallio e germanio sono tra i materiali sottoposti a limitazioni. La nuova corsa ai minerali critici nasce da uno squilibrio costruito nel corso di tre decenni.

Come riferisce il Corriere Economia sulla base di una lunga analisi di Camilla Hodgson per il Financial Times, la Cina ha progressivamente limitato l’accesso alle proprie forniture mentre si intensificava la guerra commerciale con gli Stati Uniti. Il problema riguarda materiali essenziali per comparti tecnologici e industriali nei quali un’interruzione delle consegne potrebbe propagarsi lungo l’intera catena produttiva. Tra i metalli interessati figurano il gallio, utilizzato nei sistemi radar, e il germanio, impiegato nella termografia.

La rilevanza della questione non dipende quindi soltanto dalla disponibilità delle risorse nel sottosuolo. Il nodo decisivo è la capacità di lavorarle e renderle utilizzabili dall’industria: proprio il segmento nel quale, stando alla fonte, Pechino ha consolidato una posizione prossima al monopolio attraverso investimenti e sussidi pubblici proseguiti per trent’anni. L’attuale dipendenza non viene descritta come il risultato di un vantaggio cinese improvviso.

Tim Biggs, docente alla Camborne School of Mines citato nell’articolo, ricorda che trent’anni fa l’Occidente preferì affidare alla Cina la lavorazione di questi minerali perché considerata troppo inquinante. Stati Uniti ed Europa rinunciarono così a una parte della filiera che allora appariva poco desiderabile, ma che nel tempo si è rivelata strategica per la sicurezza economica e industriale. La Cina ha occupato quello spazio con continuità.

La sua forza, secondo la ricostruzione riportata, non risiede soltanto nell’estrazione delle terre rare e degli altri minerali critici, ma soprattutto nelle attività successive. La predominanza nell’esportazione di metalli lavorati rende più complesso per i Paesi occidentali sostituire rapidamente le forniture cinesi: aprire o diversificare le miniere non basta se mancano gli impianti e le competenze necessari alla trasformazione. I primi segnali della vulnerabilità erano emersi già nel 2010.

In una fase di particolare tensione diplomatica e commerciale, Pechino impose pesanti limitazioni alle esportazioni di terre rare verso il Giappone. Il Paese dipendeva da quei materiali per le proprie imprese di tecnologia avanzata. Secondo la fonte, quell’episodio non produsse tuttavia una risposta occidentale sufficiente a ridisegnare le catene di approvvigionamento o a diminuire in modo sostanziale la dipendenza.

La percezione del rischio è cambiata dopo una nuova limitazione cinese, arrivata in seguito alla minaccia di dazi da parte di Donald Trump. Il controllo dell’export si è trasformato così da eventualità teorica a strumento concreto della contesa commerciale. Per le economie importatrici, il punto non riguarda soltanto il prezzo dei materiali: una chiusura delle forniture può fermare filiere industriali fondamentali e colpire aziende che non dispongono di alternative immediate.

Il Corriere accosta questo rischio alle interruzioni già sperimentate durante la pandemia di Covid-19, dopo l’invasione russa dell’Ucraina e con la chiusura dello Stretto di Hormuz. Il confronto serve a indicare la possibile portata di uno shock nelle forniture, non a stabilire che gli eventi abbiano cause o caratteristiche identiche. In tutti questi casi, la fragilità emerge quando una parte essenziale della produzione dipende da pochi passaggi o da un numero ristretto di fornitori.

Lita Shon-Roy, analista di TechInsights citata nell’articolo, sostiene che la Cina avrebbe la capacità di bloccare l’intero settore dei semiconduttori qualora decidesse di interrompere completamente le forniture. È una valutazione attribuita all’analista, ma chiarisce la dimensione della posta in gioco: i minerali critici entrano in tecnologie che hanno effetti trasversali e la loro indisponibilità può raggiungere comparti molto più ampi di quello minerario. Stati Uniti ed Europa stanno ora investendo miliardi per ridurre la dipendenza, mentre si moltiplicano i controlli sulle esportazioni.

La rincorsa, però, parte da una struttura industriale consolidata nel tempo e non offre una soluzione immediata. La stessa analisi del Financial Times, ripresa dal Corriere, sottolinea che non esiste ancora una data entro la quale sarà disponibile una catena di approvvigionamento completamente priva di rischi. Resta inoltre il problema delle distorsioni prodotte dalla corsa nazionalistica alle risorse.

Il tentativo di mettere in sicurezza le forniture può spingere governi e imprese verso investimenti concorrenti e controlli più severi, mentre la concentrazione della lavorazione continua a favorire Pechino. Gli elementi ancora da chiarire riguardano quindi i tempi necessari per costruire capacità alternative e l’effettiva possibilità, per Stati Uniti ed Europa, di ridurre un’esposizione maturata in trent’anni senza creare nuove fragilità.